Usura bancaria, il tribunale annulla il fallimento di una società

Usura bancaria, il tribunale annulla il fallimento di una società (tratto da “AffariItaliani” del 05.06.2015)

La seconda Sezione Civile del Tribunale di Milano ha respinto il ricorso di fallimento proposto da Intesa SanPaolo contro un’azienda del settore servizi alla moda, la Major Srl

Una sentenza storica, che potrebbe segnare un nuovo, fondamentale capitolo nella diatriba sull’usura bancaria.

Sommatoria tra interessi corrispettivi e di mora: ammissibilità dai tribunali di Pordenone e Venezia

Sommatoria tra interessi corrispettivi e di mora: ammissibilità dai tribunali di Pordenone e Venezia!!

IL PUNTO

La questione è nota.

Infatti, sebbene la l.24/2001, in relazione all’art.1815 c.c. sc.ed all’art.644 c.p. terzo comma, reciti che ai fini del calcolo usurario si debba tenere conto di tutti gli interessi a qualsiasi titolo convenuti, una corrente filo bancaria e sempre più minoritaria tende ad escludere la somma tra interessi corrispettivi e quelli di mora.
La impossibilità, rilevata anche con un certo senso ironico (“stupidaggine” è stata definita), deriverebbe dalla asserita diversa natura dei due interessi: Compensativo, l’uno; a carattere risarcitorio quello moratorio; una corrente di pensiero che sta trovando lo scarso seguito che merita e che ogni giorno, come si sta riscontrando, viene messa in minoranza dai tribunali che, neanche troppo faticosamente per la verità, stanno facendo luce e chiarezza sul metodo da seguire.

Si passa, infatti, dopo avere addirittura escluso ex Banca di Italia, la mora dal calcolo anche in fase di inadempimento, ad ammettere la considerazione della mora ex se; per poi passare al caso di uso (vedi Milano) tra moratorio e corrispettivo sulla rata.

Padova, addirittura, cassa la clausola intera per il solo sforamento del tasso di mora e dichiara che alcun interesse è dovuto.
Ci si attacca alla c.d. clausola di salvaguardia (Napoli e Trani), che si presenta quando il contratto prevede che il tasso di mora sia sempre pari al tasso soglia e non possa superarlo.

Tuttavia tale tesi confligge apertamente con quella del caso di uso (Milano): se infatti applico al tasso di mora che è pari a quello soglia anche una percentuale dello 0,001% , automaticamente sforo la soglia.

E le conseguenze sono le consuete: la nullità della clausola.

Il tribunale di Verona, con la nota sentenza 27.4.2014, esclude la sommatoria; tuttavia la sentenza è costruita sull’assunto che la l.24/2001 parli di interessi “corrisposti” a qualunque titolo (mentre, come noto, la legge parla di “convenuti”). Si vedrà la Corte di Appello come provvederà su quello che lo scrivente vuole definire un “refuso”.
La possibilità della sommatoria, intesa come aggiunta dell’interesse moratorio al corrispettivo, ha avuto il suo suggello scientifico ad opera della nota rivista De Jure che, con articolo 25.7.2014 (fasc.2, 2014, pag.1001) a firma del noto avvocato partenopeo Biagio Riccio, commenta il notissimo provvedimento del tribunale di Parma del 25.7.2014
Nel merito, vari tribunali sono andati dritti al punto.

Il tribunale di Pordenone con due ordinanze rese il 5.8.2014 (appresso) – e già prima il Tribunale di Venezia in data 17.6.2014 – hanno utilizzato   il concetto di sommatoria (anche se con sfumature diverse).

IL Tribunale di Pordenone è esplicito – Si legge: “Come statuito dalla Corte di Cassazione con sentenza 350/2013 per la determinazione del tasso soglia occorre SOMMARE il tasso degli interessi CONVENZIONALI a quello degli INTERESSI DI MORA”.
Nell’altra ordinanza, pari data, lo stesso tribunale va oltre e arriva a definire PIU’ RESTRITTIVA la giurisprudenza che non ammette la SOMMATORIA tra i due tassi di interesse, quello CONVENZIONALE e quello DI MORA”, ribadendo, nel teso della ordinanza, il concetto della sommatoria tra i due interessi.

Il tribunale di Venezia, in data 17.6.2014, recita: “Ai fini del tasso soglia occorre quindi sì SOMMARE gli interessi convenzionali e quelli moratori, ma in funzione dei criteri di calcolo sopra indicati” (parlava del piano di ammortamento c.d. alla francese).

Detto questo, ovvero che la legge è chiara sul fatto che tutti gli interessi convenuti/pattuiti debbano essere considerati globalmente ai fini del tasso usurario, si passi a discutere la tesi minoritaria (rectius più restrittiva), ventilata in premessa che, volutamente, fa confusione tra i due momenti topici del contratto: la pattuizione e l’inadempimento.
Se, come sostiene il fronte filo bancario, i due interessi avessero davvero natura diversa (da cui la mancata possibilità di sommatoria anche in fase di pattuizione), non è possibile ritenere che detta natura muti a seconda del momento in cui il tasso venga sommato. In altri termini, se si è in fase di inadempimento, la natura moratoria dell’interesse verrebbe meno, presentandosi, dunque, la possibilità di sommarlo a quello corrispettivo.

Per essere chiari e ricorrendo alla nota questione delle pere delle mele che tanto piace a qualche tecnico contabile, i due frutti, stante la loro diversa natura, non si potrebbero sommare, perché, secondo questa tesi, diversi per natura (in fase di convenzione, come dice la legge). Per la stessa tesi, tuttavia, spostando l’asse dalla pattuizione alla fase dell’inadempimento, le pere e le mele si “snaturano” perdendo le loro peculiarità, ed a quel punto, allora, si possono sommare le une alle altre: in altri termini le pere diventano mele (o viceversa) a seconda della fase patologica del contratto. Si capisce bene che detta tesi rappresenti una contraddizione in termini che, in diritto, non riteniamo sostenibile.
Superato l’aspetto in diritto, che riteniamo ormai pacifico (semplice applicazione della legge), possiamo concordare sul fatto che si possa porre un problema di matematica finanziaria.

Nella veste di avvocati, possiamo soltanto notare che si è arrivati, finalmente, ad applicare correttamente la legge (seppur con qualche sacca di resistenza) soltanto con la Cassazione n. 350/2013.

Avv.Massimo Meloni

Di seguito le tre ordinanze (2 Pordenone e Venezia)

Tribunale di Belluno – Relazione di CTU estesa

Si pubblica relazione di CTU estesa con riferimento ad una causa incardinata presso il Tribunale di Belluno.

Significative le conclusioni cui è pervenuto il professionista incaricato: infatti, si è rilevato come la banca convenuta abbia praticato condizioni usurarie in relazione alla pattuizione degli interessi di mora e del compenso per estinzione anticipata del contratto, mentre la pattuizione anatocistica riguardante il calcolo della mora nella sostanza peggiora la condizione di usurarietà del tasso di mora contrattuale.
Concludendo, la differenza tra gli interessi corrispettivi pagati dalla società attrice e quelli ricalcolati al tasso legale ammonta ad € 151.699,53 a credito della prima.

Si allega la relazione del CTU

Tribunale di Milano – Cancellazione della Segnalazione in CR

BREVE NOTA DI COMMENTO AL PROVVEDIMENTO DI CANCELLAZIONE DELLA SEGNALAZIONE PRESSO LA CENTRALE DEI RISCHI DELLA BANCA D’ITALIA DEL TRIBUNALE DI MILANO DEL 16.06.2015

In data 16.06.2015, la dott.ssa XXXXXX XXXX del Tribunale di Milano ha accolto integralmente un provvedimento d’urgenza incardinato da un correntista, ai fini dell’immediata cancellazione della segnalazione a “sofferenza” presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia, effettuata ad opera di un istituto di credito.
Illustrando brevemente i fatti, si significa che, a fondamento della domanda cautelare, il cliente assumeva che aveva notificato ed iscritto a ruolo precedentemente al presente ricorso atto di citazione al fine di ottenere la restituzione di somme dovute da un ente bancario sulla base di un rapporto di conto corrente, in ragione di interessi illegittimi ed usurari, secondo una puntuale perizia contabile di parte ed ancora che l’istituto di credito non era addivenuto ad alcuna composizione delle vertenza in sede di mediazione obbligatoria e, pur non avendo svolto alcuna domanda riconvenzionale, aveva ingiustamente segnalato il suo nominativo in Centrale Rischi per l’importo di € 81.951,00.
Questa difesa evidenziava come la situazione del cliente fosse ben lontana dai presupposti richiesti per la segnalazione a “sofferenza” sulla scorta delle relative Istruzioni della Banca d’Italia.
A riprova si compiegavano agli atti molteplici documenti comprovanti la solvibilità del segnalato in ragione delle di lui risorse finanziarie e delle consistenza patrimoniale, sia mobiliare, sia immobiliare.
Pertanto, si dimostrava la presenza del fumus boni iuris nel mancato rispetto, da parte della Banca, della disciplina vigente in materia.
A riprova del periculum in mora, si comprovava la chiusura a cascata della fonti di credito bancario e della fondata probabilità di prosciugare le risorse finanziare personali, con evidenti ripercussioni negative.
In altri termini, il cliente lamentava l’illegittimità della prefata segnalazione a “sofferenza” sull’assunto della mancata verifica della propria solidità e l’insussistenza delle condizioni di criticità con le conseguenze devastanti che ne derivano.
Orbene, il provvedimento del giudice ambrosiano risulta degno di menzione per diversi motivi.
In primis, si fa notare all’attento lettore che la motivazione che regge il convincimento del giudice si basa su un granitico orientamento della Suprema Corte di Cassazione statuente che richiede, ai fini dell’appostazione a sofferenza del credito, una valutazione della complessiva situazione patrimoniale del cliente (Cfr. Cass. civ. n. 7958/2009; v. anche Cass. civ. n. 21428/2007; Cass. civ., n. 15609/14).
Invero, per una segnalazione in sofferenza alla Centrale dei Rischi, lo stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente), di cui all’articolo 5 della Legge Fallimentare, e situazioni sostanzialmente equiparabili, devono essere necessariamente interpretate in un senso levior, senza, cioè, fare necessario riferimento all’insolvenza intesa quale situazione di incapienza, ovvero di definitiva irrecuperabilità del credito.
E non potrebbe essere diversamente.
Difatti, se il debitore potesse essere legittimamente appostato a sofferenza soltanto qualora versasse in uno stato di decozione, sarebbe frustrata l’utilità del servizio di centralizzazione dei rischi, poiché gli altri intermediari si troverebbero nell’impossibilità di attivarsi in tempo utile per cautelare la propria posizione.
Pertanto, una volta provata la solidità del cliente segnalato, il ricorso d’urgenza è meritevole di accoglimento.
In secundis, si rileva un aspetto non propriamente pacifico in dottrina ed in giurisprudenza.
Ci si riferisce al secondo elemento che deve essere posto necessariamente a base di un ricorso d’urgenza: il periculum in mora.
Ebbene, la procedura d’urgenza potrebbe essere snaturata mentre si accerti il danno lamentato dal ricorrente.
Tuttavia, il Giudice milanese adito, è stato davvero preciso ed acuto nel suo ragionamento, nel ritenere che “costituisce fatto notorio che una tale segnalazione si riflette in termini altamente negativi sul merito creditizio imprenditoriale, determinando una sorta di reazione negativa a catena del ceto bancario. In sostanza, l’iniziativa di un istituto di credito non può passare inosservata agli altri che, da quel momento in avanti, sono indotti a ritenere che un ulteriore affidamento e la mancata richiesta di rientro determini un rischio neppure giustificabile rispetto ai vertici aziendali”.
Infine, sottolineava, ancora, che la segnalazione è idonea a dispiegare i suoi effetti negativi in modo permanente, ogni qualvolta il soggetto segnalato – imprenditore o consumatore che sia –si rivolga al sistema bancario al fine di ottenere affidamenti di credito indispensabili per una proficua operatività commerciale.
In altri termini, a seguito di una segnalazione illegittima il periculum è in re ipsa: si potrebbe anche non provarlo specificamente, atteso che un’ingiusta segnalazione produce di per sé un danno al soggetto segnalato, consistente nell’impossibilità di accesso al credito ed i suoi effetti risultano addirittura permanenti.

Ricorso curato dall’avv. Biagio Narciso
Per lo Studio legale Avv. Biagio Riccio

Si allega il provvedimento de quo